I profumi del Taburno: erbe e spezie nella cucina locale

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Sapori e saperi tra i sentieri della montagna

Nel cuore del Taburno, dove la natura cresce rigogliosa tra pendii assolati e sottoboschi ombrosi, le erbe aromatiche sono molto più che semplici ingredienti: sono parte integrante della cultura, della memoria e del gusto locale. Rosmarino, origano selvatico, finocchietto, alloro, mentuccia, timo, salvia: ogni pianta custodisce un sapere antico, ogni profumo racconta un paesaggio, ogni sapore rievoca un gesto tramandato.

In queste terre, raccogliere erbe è un gesto quotidiano e rituale. Avviene con rispetto, nelle stagioni giuste, lungo i sentieri, ai margini dei campi, tra le pietre calde dei muretti. Le mani esperte riconoscono le piante al tatto e all’odore, sanno quando coglierle, come essiccarle, dove conservarle. L’uso che se ne fa in cucina non è mai casuale: ogni piatto tradizionale ha la sua erba di riferimento, la sua nota verde, la sua identità aromatica.

Il finocchietto selvatico è l’anima di zuppe contadine, di carni stufate e di conserve sott’olio. L’origano, raccolto e legato in mazzetti, profuma pizze rustiche, insalate di pomodori, frittate semplici ma indimenticabili. L’alloro accompagna le cotture lente dei legumi e delle carni, mentre il rosmarino esalta le patate al forno, le focacce, gli arrosti. La menta viene usata nei dolci estivi, nei liquori casalinghi e nei ripieni delle verdure.

Queste erbe non sono solo elementi della gastronomia, ma anche protagoniste della medicina popolare: infusi digestivi, decotti balsamici, impacchi lenitivi. L’antica saggezza contadina ha sempre saputo che il sapore e il beneficio convivono nella stessa foglia. Per questo ancora oggi, accanto ai fornelli, si trovano vasetti con foglie secche, e nelle credenze bottiglie scure con liquori alle erbe preparati in famiglia.

La cucina del Taburno, nella sua apparente semplicità, è una sinfonia di equilibri: l’uso delle erbe aromatiche è la firma invisibile che armonizza i sapori, che lega passato e presente, che distingue un piatto come “nostro”. E proprio per questo, la riscoperta di queste piante e del loro ruolo nella cultura alimentare è anche un gesto di salvaguardia e di identità.

L’esperienza proposta non si limita a elencare varietà e usi: è un percorso sensoriale che invita a riconoscere, annusare, assaggiare, ricordare. È un invito a tornare alla cucina delle nonne, al cibo vero, profumato, stagionale. È un modo per capire che anche in un semplice ramo d’origano c’è una storia da raccontare, e in una foglia di salvia la dolcezza di un’infanzia vissuta tra orti e aromi.